Da Rio de Janeiro: sotto l’inerzia climatica, segnali politici di un mondo che cambia

di Luca Raineri

Ripartiti i capi di Stato e le delegazioni ufficiali, ripuliti i decori patinati del centro congressi di Riocentro, smontate le tende del Summit de Popoli a Flamengo, tornati a casa anche gli ultimi indigeni dell’Amazzonia e campesinos della Bolivia, cosa resterà di questa gran chiacchierata collettiva sullo sviluppo sostenibile che si è svolta in ogni pertugio di Rio de Janeiro nelle ultime settimane, e il cui eco è rimbalzato in tutto il mondo?

Al di là delle dichiarazioni di circostanza, nessuno davvero può dirsi soddisfatto del documento adottato dalla convention: The Future We Want che nessuno davvero vuole. Lo sottoscrivono tutti solo per salvare una facciata di multilateralismo dietro cui il disaccordo è l’unica cosa su cui si è tutti d’accordo. Il coraggio politico è rimandato di altri dieci, forse vent’anni. In perfetta coerenza con il G20 in Messico immediatamente antecedente, la crisi ciascuno se la gestisce a casa propria, possibilmente replicando le fallimentari politiche degli ultimi 30 anni. Quello che manca non è solo il coraggio, ma l’intelligenza di capire che nessuno, neanche la vacillante superpotenza dello scorso ventennio, ormai, ha davvero i mezzi per risolvere da solo la crisi economico/sociale o la crisi climatica in corso. Segno dei tempi che cambiano: gli USA fanno lo struzzo e si trincerano nello splendido isolamento che tradizionalmente prelude al sunset boulevard; l’Europa è debole e inascoltata; e la Cina s’installa solidamente a capo del G77. Ai margini, la Bolivia, e in parte l’Ecuador e il Venezuela, si smarcano, unici, dall’interpretazione salvifica della green economy che ispira il documento. Tutto qui. Chiuso il sipario, applausi (di circostanza), tutti a casa.

Se v’è unanime accordo che Rio+20 rappresenti un clamoroso arretramento rispetto a vent’anni fa (Rio meno venti, dicono in tanti), i progressi della società civile organizzata globale, negli ultimi vent’anni, sono invece rimarchevoli e palesi a uno sguardo attento. Il Summit dei Popoli non deve essere analizzato isolatamente, ma considerato come passaggio fondamentale di un percorso che va dal Chiapas a Seattle, attraversando il processo dei Forum Sociali Mondiali e la primavera araba. Cos’è cambiato in questi anni? Che la società civile è diventata davvero organizzata, e davvero globale: tanto dal punto di vista dell’ampiezza geografica del movimento quanto da quello delle tematiche affrontate e delle soluzioni offerte. Non si può più negare, come invece qualcuno altezzosamente faceva fino a pochi anni fa, che esista una visione alternativa di sviluppo organica e unitaria, nata dal basso a partire da una moltitudine di esperienze, e che ha ormai raggiunto la maturità che – come diceva Kant – è l’età di chi cammina con le proprie gambe, ragiona con la propria testa, e rifiuta l’autorità pura e semplice (con il dogma neoliberista che riveste qui il ruolo della dottrina religiosa nell’epoca illuminista). Credo che tale avanzamento risulti innegabile e particolarmente manifesto alla luce di 3 ordini di considerazioni:  prima di tutto , ricordiamo che,  per non scontentare nessuno e sperimentare una nuova metodologia di aggregazione, i primi Social Forum di Porto Alegre rifiutavano per principio di concludersi con dichiarazioni comuni, che sarebbero state inevitabilmente frutto di un negoziato e di posizioni egemoniche. Cosa che riduceva non di poco l’unità e la forza d’impatto del movimento. Questa impasse è stata parzialmente smorzata dai Social Forum di Belem (dichiarazione comune dei popoli indigeni) e di Dakar (dichiarazione comune sul land-grabbing e sui migranti), e da Rio in poi risulta completamente sorpassata. Si condividono ormai piattaforme, analisi, documenti. Il movimento rimane articolato e plurale, ma molto più unito; inoltre sappiamo bene che i primi sussulti di opposizione al pensiero unico neoliberista sono nati tanto nelle selve del Chiapas che nelle vie di Seattle e di Genova. E in ognuno di questi luoghi le varie trincee e zone rosse chiarivano anche geograficamente la marginalizzazione ed esclusione fisica di ogni alternativa. Oggi la società civile entra impetuosamente dentro i negoziati, dentro le Nazioni Unite, dentro la stanza dei bottoni: segno palese di una capacità d’incidenza politica accresciuta e incontrovertibile. La Via Campesina, con altri attori, ha ottenuto una sede di rappresentanza di primo piano con il Comitato della Sicurezza Alimentare alla FAO. Le modalità di coinvolgimento dei Major Groups sperimentate a Rio sono passibili di notevoli miglioramenti, ma rappresentano un punto di non ritorno: non sarà più possibile imbavagliare la voce della società civile globale spingendola a colpi di idrante fuori dalle zone rosse riservate ai potenti. Quand’anche i documenti finali approvati dall’Assemblea delle Nazioni Unite non dovessero tenere in conto le proposte della società civile, come è successo a Rio, la loro legittimità, formalmente preservata, ne sarebbe irrimediabilmente scalfita. Infine, se in Chiapas si sollevarono gli indigeni; a Seattle furono i sindacati del settore automobilistico americano; a Copenhagen e a Durban gli ambientalisti; a Porto Alegre gli utopisti cantori di un altro mondo possibile; in piazza Tahrir le vittime della dittatura e a Puerta del Sol quelle dell’austerity, a Rio c’erano tutti. I tanti rivoli separati e dispersi di una critica al modello di sviluppo globale si sono saldati in un fiume che riconosce la legittimità delle mutue posizioni e la loro inestricabile solidarietà. Sindacalisti e ambientalisti, indigeni e disoccupati del mondo uniti da 10 anni di battaglie comuni che li hanno progressivamente avvicinati. L’acqua, i beni comuni, la sovranità alimentare, l’economia solidaria, la tassazione delle transazioni finanziarie e i diritti umani sono ormai preoccupazioni trasversali e che cementano queste alleanze.  Il prossimo Social Forum Mondiale si terrà a Tunisi. Vedremo allora se le ribellioni del Maghreb riconosceranno nell’acqua, nella difesa dei comuni e nella proposta di una nuova economia solidale e inclusiva i fondamenti su cui ricostruire, senza compromessi, un nuovo modello di sviluppo e di civiltà.

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