Intervista a Mamdou Goita – ROPPA, Mali

Che senso ha partecipare a un dibattito sul land-grabbing nel bel mezzo di una conferenza internazionale sullo sviluppo sostenibile?

MG.: Quando si parla dello sviluppo sostenibile ci si dimentica spesso e volentieri che esso dipende da un fattore di base come la biodiversità, e che essa a sua volta è legata all’uso della Terra. In Africa stiamo andando diretti verso il precipizio dal momento che, a causa del land-grabbing, stiamo distruggendo la biodiversità e i contesti di produzione e riproduzione della natura: perché quando un investitore straniero si impossessa della terra, fa tutto quanto è in suo potere per spremere il maggior profitto immediato dal suo investimento. Assistiamo quindi all’uso intensivo e irresponsabile dei concimi chimici per aumentare la produttività, alla devastazione delle risorse naturali, all’inquinamento delle acque, dei fiumi e delle falde: insomma, a tutti gli aspetti di un sistema di produzione insostenibile orientato al puro profitto immediato. Le monocolture, con tutto quello che ne consegue, sono un problema centrale del dibattito internazionale oggi in corso sulla questione della sostenibilità e della protezione dell’ambiente.

 

Esiste un legame fra il land-grabbing e la situazione geopolitica attuale del Mali?

MG.: Sappiamo bene che il land-grabbing non è sorto dal nulla. C’è la speculazione agraria, certo, ma  non bisogna dimenticare che già fin dal 2003 uno studio dell’USAID, la cooperazione americana,  concludeva che l’Africa, dal momento che dispone delle più grandi riserve di risorse produttive, deve rientrare nella logica del commercio internazionale e del mercato. Tutti i Paesi oggi hanno dei programmi agricoli centrati sull’accesso al mercato. L’Africa era il tassello mancante. Si diceva quindi: è arrivato il momento di privatizzare le terre africane per permettere al continente di entrare nel mercato internazionale, con tutto quello che questa interazione implica: controllo dei sistemi di produzione, del sistema di trasporto dei prodotti, ma anche dl sistema politico. Il legame è quindi forte fra le risorse naturali e minerarie esistenti, e il controllo che le imprese cercano oggi di ottenere. Non è un caso se lo studio è stato fatto dall’USAID, ma sono alla fine le imprese private che cercano di sfruttare la finestra aperta dalla privatizzazione e l’alienazione della terra.

 

Confidate nel fatto che il nuovo governo del Mali possa prendere delle decisioni coraggiose e concrete in merito alla questione dell’accaparramento delle terre?

MG.: Non ci sono garanzie. Quando vediamo che il nuovo Ministro dell’agricoltura viene in visita nelle terre dell’Office du Niger e che esprime impudentemente il suo sostengo pubblico a Modibo Keita, uno degli speculatori contro cui siamo attualmente in fase di processo legale, significa che qualcosa non va. Ha detto chiaramente che quello è il sistema di produzione che il nuovo governo appoggia e difende. Non è un buon segno, ed è per questo che le organizzazioni contadine, hanno lanciato una protesta, si sono ribellate e hanno incontrato il Ministro per dirgli chiaramente che questa dichiarazione apre un conflitto: siamo in pieno di un processo, e fintanto che un verdetto non sarà pronunciato l’autorità non può permettersi di fare una simile dichiarazione. Sappiamo che con ottimismo riusciremo a integrare le diverse lotte nel processo in corso: sul piano politico, io stesso lavoro all’interno del Consiglio Agricolo e Terriero del Mali, e stiamo integrando nella legislazione alcuni elementi di innovazione molto progressisti, che forse ci permetteranno di sottrarci alle peggiori derive di questo fenomeno. Ma d’altra parte questo genere di dichiarazioni genera inquietudini e aumenta l’insicurezza di quanto potrà accadere in Mali.

 

Ritenete che i vari dispositivi di protezione dei diritti umani, e i diversi pronunciamenti dello Special Rapporteur sul diritto al cibo o sul diritto alla casa, rappresentano delle misure efficaci nella protezione dei contadini spossessati dal land-grabbing?

MG.: Questi strumenti sono estremamente importanti, ma non bastano. Non si tratta solo di avere una bella dichiarazione, ma di tenerne conto in pratica. Quanto a considerare la questione del land-grabbing come un problema di diritti umani, occorre osservare che gli Stati non hanno ancora fatto progressi in questo senso. Abbiamo invitato lo Special Rapporteur sul diritto al cibo, Olivier de Schuetter, a venire nella nostra regione a constatare cosa succede, abbiamo partecipato insieme a molte conferenze per parlare di questi fenomeni e abbiamo condiviso numerose dichiarazioni. Ma ciò non ha fermato gli Stati e gli usurpatori di terra. Dobbiamo quindi essere capaci di mettere in relazione le dichiarazioni di principio con i casi pratici: perché se il land-grabbing non viene considerato davvero, nei fatti, come un crimine, la dichiarazione resta lettera morta e non serve a granché. D’altra parte non possiamo dimenticare che abbiamo utilizzato proprio queste dichiarazioni per intentare il processo contro coloro nei confronti dei quali stiamo ora lottando. Insomma, i diritti umani sono importanti, ma non sufficienti.

 

Credete che la voce della società civile sarà ascoltata dai Capi di Stato nella conferenza di Rio?

MG.: Devono farlo! Stiamo andando diretti verso il precipizio. Tutti sanno che c’è un problema, il punto è come affrontarlo. Pochissimi Stati africani, prima di venire qui, si sono dai la pena di discutere con la società civile. Sappiamo che i dibattiti essenziali non si sono tenuti alla Conferenza delle Nazioni Unite, ma al Summit dei Popoli. I negoziati erano già paralizzati fin dal principio, e la voce della società civile è rimasta inascoltata. Questa conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile, come quella che le hanno precedute, è un fallimento perché quegli stessi attori che hanno inquinato e distrutto la natura sono coloro ai quali oggi si vogliono confidare le risorse per riparare gli stessi danni di cui sono responsabili. È questa in fondo l’essenza dell’economia verde che cercano di venderci: dare dei miliardi alle multinazionali che hanno distrutto delle foreste per piantare qualche albero e ritenersi assolti. Perché invece la green economy non potrebbe essere l’agroecologia che stiamo già  sviluppando e realizzando da anni, e che ha dato prova di essere un modello sostenibile e socialmente giusto? È questo il problema. Non ho fiducia nei negoziati ONU, ma sono comunque ottimista perché un cambio di direzione è necessario se non vogliamo rischiare di andare dritti verso il precipizio.

 

Perché fino ad oggi la società civile è rimasta pressoché inascoltata?

MG.: La società civile mondiale oggi è divisa, sottratta alle sue migliori ambizioni dal denaro delle multinazionali che creano delle fondazioni ambigue, come l’Alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa, di Bill e Melinda Gates, e che finanzia la società civile che quindi perde la capacità di denunciare questi stessi fenomeni. La maggior parte della società civile oggi è addomesticata, prende i soldi e non si permette più di esprimersi, mentre la società della società civile autentica e militante raggiunge difficilmente i fora internazionali e la sua voce rimane sommersa. In particolare la voce dell’Africa è debole non solo per sé, ma anche perché la maggior parte delle organizzazioni africane che partecipano in questo tipo i eventi, lo fanno sulla base della sponsorizzazione delle organizzazioni europee. È necessario ripensare la strategia in modo tale da permettere la coesione della società civile e rinforzare la sua voce. Ma non è facile, tutti gli spazi politici sono ormai cooptati dal mercato e dai suoi investimenti.

 

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