Cronaca dei “due mondi”: dialogo impossibile tra i potenti della terra e la cupola popoli

A Rio de Janeiro, per negoziare degli impegni comuni per contrastare gli effetti devastanti del cambiamento, si sono riuniti i Capi di Stato e i delegati di tutti i Paesi del mondo. Un’occasione del genere si presenta una volta ogni vent’anni, una volta per ogni generazione. Ma i potenti della terra non sono stati capaci di raggiungere un compromesso e addirittura Obama e Merkel non erano neppure presenti. Alla faccia delle decine di migliaia i profughi fuggiti da terre desertificate e diventate invivibili, di indios costretti ad abbandonare le foreste oggetto di speculazioni agrarie e minerarie colossali, e delle vittime dei disastri ambientali che hanno conosciuto un aumento vertigonoso negli ultimi anni proprio a causa del clima impazzito. Infatti la scienza e l’esperienza non lasciano spazio a nessuna speranza: siamo in corsa verso un burrone ma  i “Grandi” del mondo sono incapaci non solo di fare marcia indietro, ma anche semplicemente di concordare che forse vale la pena rallentare un po’. Dentro all’area congressi di Riocentro un migliaio di alti funzionari incravattati e strapagati incapaci di pronunciare impegni concreti; fuori, decine di migliaia di attivisti, associazioni, reti indigene, organizzazioni di donne dal mondo intero si riuniscono nella cornice del Parco della baia di Flamengo, per discutere, denunciare le false soluzioni che premiano con diritti di inquinamento chi può pagare costosi carbon credit, e proporre le reali soluzioni per un modello di sviluppo sostenibile. Una costruzione dell’economia dei beni comuni a partire dal basso, declinata in centinaia di proposte concrete, a favore del lavoro decente e inclusivo, della sovranità alimentare, dell’agroecologia, della filiera corta e della difesa delle terri, delle sementi e dei saperi tradizionali contro i recinti abusivi della biopirateria e dei brevetti sul vivente e sulla conoscenza. Ieri, nell’oceanica riunione plenaria della Cupola dei Popoli, le soluzioni della società civile sono state annunciate forti e chiare: più di 50.000 persone hanno partecipato agli incontri della Cupola dei Popoli. In 60.000 hanno marciato ieri attraverso le strade di Rio, contro l’ipocrisia dell’economia verde e delle false soluzioni che occultano la radice sociale della grave crisi attuale.

 

L’assalto a Riocentro

 

Riocentro si trova nella zona di Barra de Tijuca. Lì sorgerà il villaggio olimpico dei Giochi che Rio ospiterà nel 2016. Lì stanno spuntando le installazioni dei Mondiali di calcio del 2014. Una speculazione edilizia colossale, che non tiene conto del fatto che Barra de Tijuca non è un deserto, ma un’area densamente popolata, di poveri, indigeni, neri, migranti vittime dell’esodo rurale accalcati alle porte della grande metropoli. Le loro case saranno spazzate via, secondo le consolidate modalità del land-grabbing (perché di questo si tratta, seppure in contesto urbano) che proprio a Riocentro si spacciano per soluzioni ideali alla crisi climatica e sociale attuale. Il Brasile sarà pure diventato la sesta potenza industriale al mondo, ma rimane uno dei Paesi dove più gravi sono le disuguaglianze, e uno degli ultimi della terra per il rispetto dei diritti umani. Due volte i “Sem terra” insieme a poveri e emarginati carioca  hanno indetto una manifestazione a sorpresa e si sono lanciati all’assalto di Riocentro, nell’utopico, tentativo di occupare “Rio+20”. La polizia è intervenuta, con tanto di elicotteri, carri armati e puntatori laser che miravano al volto dei manifestanti. L’occupazione si è fermata all’autostrada che conduce a Riocentro, ma la simbologia non potrebbe essere più esplicita: un’armata di poveri indignati che parte all’assalto della cittadella fortificata dove chi dovrebbe rappresentarli si rinchiude a discutere, sordo alle proteste, alle proposte, alle sciagure dei disastrati ambientali, alla fame e alla sete e al miliardo di umani che vive in condizione di totale intollerabile povertà

Vandana Shiva: Il re è nudo.

 

Nell’affollatissimo incontro che si è tenuto ieri alla Cupola dei Popoli sul diritto all’acqua, e nel commosso ricordo a Françoise Mitterrand, Vandana Shiva, premio Nobel Alternativo nel 1993, ha scatenato l’applauso dei presenti: “il re è nudo! Come non accorgersi della strutturale incapacità dell’ONU a gestire la crisi ambientale, alimentare, sociale che investe il mondo? I governi sono incompetenti e impotenti, ma le soluzioni ci sono, qui, a portata di mano”.  Certo, si potrebbe obiettare: sono anni che il re è nudo, eppure ancora non si vergogna. È dai tempi di Seattle, nel 1999, del G8 di Genova e dei Social Forum di Porto Alegre, che viene denunciata la crisi incombente e rilanciate soluzioni creative, innovative, e sistematicamente inascoltate. Eppure, sottolinea Tony Clarke, vincitore del premio Nobel alternativo del 2005 e convenuto a Rio per la Cupola dei Popoli “sbaglia chi non vede i progressi fatti dal Movimento dei Movimenti. Quindici anni fa quasi non ci conoscevamo, oggi lavoriamo quotidianamente insieme. In questi anni abbiamo imparato a condividere analisi, documenti, dichiarazioni. Si sono attraversati alti e bassi, e la strada da percorrere è ancora lunga, ma la direzione è quella giusta. Oggi siamo un interlocutore più forte, unito e credibile”. In effetti, qualunque sia il risultato dei negoziati che si concludono oggi, i meccanismi di partecipazione della società civile sperimentati a “Rio+20” rappresentano un primo riconoscimento di estrema importanza. Da qui non si torna indietro. “Anzi – aggiunge Pat Mooney dell’ETC Group di Ottawa, anche lui Nobel Alternativo nel 1985 – siamo fiduciosi che una delle nostre proposte possa trovare consensi e realizzarsi: vogliamo che tutte le agenzie ONU, e specialmente quelle che si occupano di clima e beni comuni, dispongano di un meccanismo di partecipazione della società civile simile al Comitato per la Sicurezza Alimentare della FAO, per cui si sono battuti i contadini di tutto il mondo e che oggi rappresenta un arma potentissima per combattere il land-grabbing e l’invasione degli OGM”. Oggi sapremo se, almeno rispetto ai meccanismi procedurali, la fiducia di Pat Mooney è ben riposta.

 

 

 

 

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