L’acqua è un diritto umano. A pagamento. Parola di Mr. Coca-Cola

L’acqua è un diritto umano. Lo ha detto e ripetuto il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, e ormai nessuno, volente o nolente, osa più contestarlo. Almeno, non alla luce dei riflettori della conferenza internazionale sullo Sviluppo Sostenibile, che va in scena in questi giorni a Rio de Janeiro. Ma scavando dietro il consenso vengono fuori i conflitti e le diverse visioni: i “dialoghi sulla sostenibilità” sull’acqua (18 giugno), promossi dal governo brasiliano durante il “Summit dei Popoli” per favorire la partecipazione della società civile ai negoziati ne sono stati un’illustrazione esemplare: i rappresentanti di tutti i gruppi della società civile hanno unanimemente riconosciuto l’urgenza di procedere all’effettiva realizzazione del diritto all’acqua per tutti. Ma come? E coi soldi di chi? Da una parte, il settore del business rappresentato dal Presidente delle politiche ambientali della Coca-Cola, ricorda che “l’acqua è una risorsa finita, che deve essere usata in maniera efficiente alla luce degli usi competitivi dei settori agricolo, minerario, energetico, e del consumo umano”. E “in caso di conflitto – aggiunge Benedito Braga, vice-presidente del Consiglio Mondiale dell’Acqua – sarà il calcolo dei costi-benefici a suggerire l’uso più conveniente: ad esempio, dice, l’uso efficiente delle risorse genetiche e chimiche ci ha permesso di moltiplicare le risorse nutritive per il genere umano; perché non dovrebbe succedere lo stesso con l’acqua?”. L’apologia della green revolution ci riporta decisamente a “Rio meno 20” dove è sempre il “mercato” a dettare soluzioni e a farla da padrone: vedere gli autonominati membri del Consiglio Mondiale dell’Acqua (tra loro anche il presidente Loïc Fauchon, amministratore di una succursale di Véolia) schierati apertamente a fianco di Mr. Coca-Cola ci offre un quadro molto eloquente sugli equilibri esistenti e gli interessi in gioco.  Ma ciò che ha in mente Benedito Braga sono in realtà le dighe, di cui è un grande sponsor, proprio in Brasile. E se la costruzione implica deforestazione, deportazione di popolazioni indigene, perdita di biodiversità? chiede il pubblico. Pazienza, il progresso non si può fermare. Per questo il Consiglio Mondiale dell’Acqua è contrario al rafforzamento dell’UNEP (united nations environment programme) per la gestione sostenibile delle risorse naturali: “come può  l’UNEP – chiosa Braga – interpretare adeguatamente le potenzialità di business che l’acqua rappresenta?” A contraddirlo ci pensa Ania Grobicki, segretario esecutivo della Global Water Partnership di Stoccolma: “se i manager e i magnati dell’acqua ascoltassero la scienza –  dice – saprebbero benissimo che privilegiare l’acqua per il consumo umano anziché per la produzione di energia o per l’industria non è minimamente d’ostacolo alla crescita economica aggregata, ma solo ai profitti di qualche privato”. In sala c’è anche Yunus, il premio Nobel per la pace inventore della microfinanza. Ribadisce che nelle realtà più periferiche e dimenticate, dove i margini di profitto sono inesistenti, l’accesso all’acqua deve diventare un’impresa sociale, senza dividendi ma con un guadagno netto collettivo. “La gestione for profit dell’acqua è completamente insostenibile” – gli fa eco David Boys, del sindacato mondiale dei servizi pubblici –  il fallimento dei mercati è manifesto e le persone ne pagano le conseguenze, con privazioni, sofferenze, e infine denaro pubblico per tappare le falle. La dichiarazione del “Vertice di Rio” dovrà riallacciarsi ai diritti umani in senso forte”. Non basta una menzione indiretta, nettamente inferiore agli standard del diritto internazionale e non ha senso scrivere ancora, dopo anni di fallimenti, che la green economy deve creare un contesto favorevole alla privatizzazione delle risorse naturali. Il fatto stesso di parlarne dimostra che il settore business ha le capacità, le risorse e le relazioni necessarie per condizionare pesantemente l’agenda dei negoziati. I movimenti della società civile, riuniti nel “Summit dei Popoli” che si svolge in parallelo alle conferenze di Rio, lo hanno capito: lì si dibatte di cose reali. Tocca a Myrna Kaim, india nicaraguense direttrice del Forum Permanente dei Popoli Indigeni presso l’ONU, rammentare infatti che la privatizzazione delle fonti da parte delle corporation e la contaminazione delle falde in prossimità dei siti estrattivi minacciano la sopravvivenza stessa dei popoli indigeni, e che pertanto il consenso previo e informato degli utenti è un requisito necessario alla gestione dell’acqua. Insomma, conclude l’ex-segretario al dipartimento delle acque dell’India, l’acqua è un bene comune, che deve essere promosso attraverso la partecipazione e partnership pubblico-pubblico e protetto dalle speculazioni di una gestione tecnicista e meramente manageriale.  La sensazione, alla fine dei  “Dialoghi”, è che tutti in realtà sappiano bene che le soluzioni ci sono, che fermare il cambiamento climatico si può, e che consentire a tutti gli umani di accedere all’acqua, al cibo, a standard di vita dignitosi si può; tutti lo sanno, là fuori, nella società civile ma qui dentro, nella stanza dei bottoni dei negoziati, i governi, ostaggi degli interessi di pochi gruppi privati sembrano ormai troppo deboli per prendere le decisioni necessarie. E l’impressione  è che  mentre il deserto avanza e  i ghiacciai arretrano, i governi temporeggino ancora.

 

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