“Progen” – contro la violenza di genere in Argentina

Concurso Progen Argentina
Concorso del Progetto 'Progen' - Argentina

“In Argentina ci sono leggi all’avanguardia per quanto riguarda  la violenza di genere, una buona legislazione che purtroppo rimane spesso puramente teorica perché si scontra con una mancanza di mezzi per applicarla” ci racconta Sandra Cesilini, esperta di genere per CNCT (Confederación Nacional de Cooperativas de Trabajo) e consulente COSPE sul tema, parlando del progetto “Progen”  (Pro-genere) e della situazione delle donne in Argentina. Progen” è nato per prevenire, punire e sradicare la violenza contro le donne e per incentivare la partecipazione femminile nelle istituzioni. Recentemente è stato pubblicato uno studio che analizza il lavoro svolto dalle promotrici dei diritti delle donne nei due quartieri di S. Cecilia e San Jorge (Posadas, nella punta nord-est dell’Argentina).

Cosa emerge dallo studio?

“Lo studio nasce dalla volontà di analizzare i casi di donne che hanno subito violenze, per capire in che modo sono state aiutate, in Argentina mancano dati e analisi su come funzionano questi processi. Le donne hanno raccontato la propria esperienza personale e l’esperienza che hanno avuto con le istituzioni: la polizia, la scuola, gli ospedali. Dallo studio sono emersi nuovi elementi: ad esempio il fatto che spesso è la famiglia stessa a non volere che le donne lascino il marito, anche quando subiscono violenze, e invece di aiutarle le colpevolizzano. Quando le donne escono di casa sono costrette a cercare un supporto al di fuori della famiglia, presso amiche o vicine, per questo la solidarietà delle reti sociali è fondamentale.
Inoltre è emerso che spesso alle donne manca un riconoscimento da parte delle istituzioni, quando invece è importante aiutarle a rivalorizzarsi a livello sociale. Come ad esempio avviene nel caso dalle promotrici dei diritti umani, un gruppo di donne che operano grazie ad una “borsa lavoro” della municipalità. Per loro il riconoscimento che viene dal fatto di seguire un corso, avere un diploma, lavorare per lo stato è veramente importante, sia di fronte alle altre donne che di fronte agli uomini. Un ruolo importante ma che rischia anche di diventare pericoloso, perché  gli uomini le percepiscono come un forte elemento di emancipazione femminile”.

Giornata contro la violenza sulle donne
Giornata contro la violenza sulle donne

Qual è l’impatto del progetto?

“L’impatto del progetto è stato altissimo nei due quartieri dove abbiamo lavorato (S. Cecilia e San Jorge), anche grazie alla veicolazione delle informazioni tramite i mass media, per questo vogliamo ampliarlo a tutta la città. Da un’inchiesta sulla soddisfazione si è capito che questo progetto funziona, per le donne è importante sentirsi al centro dell’interesse e quindi anche l’aiuto è molto efficace. Un altro fattore fondamentale, soprattutto in ottica futura, è stato il  coinvolgimento dei ragazzi: le promotrici sono andate nelle scuole per informare e coinvolgere anche i giovani che saranno i futuri uomini. Un lavoro molto importante nell’ottica della prevenzione delle violenze”.

Qual è la situazione delle donne nella zona?

“C’è collaborazione fra i vari progetti esistenti, come ad esempio è accaduto nella giornata contro la violenza sulle donne. Ognuna ha dato il proprio contributo per aiutare le altre e far sapere come reagire: dando informazioni su dove si trova la polizia femminile o l’ospedale che si occupa di questi casi. Un elemento fondamentale è stato il portare queste tematiche all’attenzione delle persone e dei mass media che le hanno veicolate permettendo di aumentare la conoscenza e portare alla luce il fenomeno. Ora tutti conoscono i vari progetti fatti. Questo ci può permettere di avere un aiuto che vada oltre il progetto: speriamo che l’impegno della municipalità continui anche dopo la sua scadenza”.

Quali sono le debolezze della legislatura in materia di genere?

“A livello legislativo c’è una nuova legge, che considera la violenza sia da punto di vista fisico, che psicologico ed economico. Però la legge è federale e non in tutti gli stati ci sono i soldi per poterla attuare. Si comincia a muoversi nella giusta direzione ma mancano ancora  i mezzi e, spesso, anche le basi. Per l’America Latina aver avuto degli incontri e degli scambi con l’Europa è stato un elemento molto positivo: ci sono ancora parecchie cose da cambiare e lo possiamo fare anche prendendo spunto dal resto del mondo. Per l’Argentina questo è un momento importante per quanto riguarda il lavoro su questi temi, adesso anche  la stampa inizia a parlarne”.

Giornata contro la violenza sulle donne
Giornata contro la violenza sulle donne

Il machismo in Argentina è un fenomeno trasversale o è particolarmente radicato in alcuni ambienti?

“È un fenomeno decisamente trasversale, sia a livello geografico che sociale. All’università più del 50% degli studenti sono donne, ma se andiamo a vedere il numero dei rettori nelle università nazionali le donne sono solo tre. E questo accade nell’università che è uno dei settori più progressisti. Figuriamoci nelle ditte commerciali e nel lavoro. Le donne leader sono davvero pochissime e riescono ad esserlo solo in situazioni dove tutte le lavoratrici sono donne. Anche il  Ministro dell’educazione è maschio, così come i suoi segretari; nelle scuole superiori la maggior parte degli insegnanti sono femmine ma i direttori sono quasi tutti maschi. A livello legale c’è una parità assoluta, anche molto avanzata, ma che poi viene a mancare nella pratica. In famigli raggiungere la parità non è facile: occorre cambiare i valori e si tratta di un processo molto lento”.

Per quanto riguarda la violenza sulle donne, quali dati emergono?

“Non esiste ancora un registro nazionale delle violenze sulle donne, sappiamo che l’anno scorso sono state uccise 150 donne per ragioni di genere e stiamo parlando solo dei casi conclamati. Ora si sta cercando di istituire un registro nazionale si di fare una legge speciale sul femminicidio per incrementare le pene per gli uomini. Fino ad ora veniva considerato come un omicidio passionale”.

Nel corso del progetto sono emersi alcuni casi emblematici?

“Le storie che ho visto sono tante ma c’è un caso che mi è rimasto particolarmente impresso: quello di una donna paraguaiana la cui famiglia non voleva che lasciasse il marito, nonostante le pressioni familiari ha deciso di andarsene di casa con la figlia. In seguito è stata ritrovata dal compagno che l’ha tenuta sequestrata per due anni. Quando è riuscita fuggire di nuovo ha dovuto cambiare città e cancellare tutti i contatti, azzerando il proprio sistema sociale, dalla famiglia agli amici. Viveva con il terrore di essere scoperta, mi ha colpito una sua frase “le tracce ti perseguitano sempre, non è possibile cancellarle”, le tracce sono sia quelle fisiche che psicologiche. Alla fine ha iniziato a lavorare con noi, adesso è una delle più brave promotrici e un grande esempio, perché lasciare tutto e tutti per ricominciare da zero è difficilissimo. C’è sempre un forte blocco a farlo.
L’idea di famiglia qua è fortissima e quindi è doppiamente difficile riuscire a lasciarla anche se questo vuol dire migliorare la propria situazione. Inoltre si creano sempre dei tranelli psicologici con gli uomini che commettono violenza: ogni volta promettono di non farlo più e invece poi ciclicamente accade di nuovo, anche questo è un elemento difficile da superare”.

“Sono storie dure, ma le donne ce le hanno raccontate e noi le abbiamo raccolte, credo che sia giusto parlarne soprattutto per evitare che queste esperienze succedano ad altre donne”.

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