Presidenziali in Egitto, uno schiaffo alla Rivoluzione?

di Ernesto Pagano

In Egitto è partita la volata finale per la poltrona lasciata vuota da Mubarak. Molti osservatori, egiziani inclusi, guardano con sgomento i due candidati in lizza: Ahmed Shafiq, uno dei felul (uomini del vecchio regime) e Mohammed Mursi, fratello musulmano (uomo della vecchia opposizione). L’Egitto ha votato contro la Rivoluzione, hanno scritto in molti, ma è proprio così? In realtà, come fa notare su al Jazeera english Jamal el Shayyal, a conti fatti la maggioranza dei votanti ha sostenuto i candidati schierati a favore della Rivoluzione tra cui il nasseriano e laico Hamdeen Sabahi – vincitore assoluto al Cairo e ad Alessandria – che ha perso la corsa del ballottaggio con Shafiq per un numero di voti relativamente basso.

Se poi si va a guardare da vicino uno dei tanti bacini elettorali dei Fratelli Musulmani, si scopriranno tanti giovani, desiderosi di cambiamento, spesso rimasti a guardare Tahrir soltanto in tv, ma che per questo non stanno con le mani in mano.

In alcuni villaggi del governatorato di Giza, dove Cospe opera da diversi anni, i Fratelli Musulmani e il partito salafita Nur avevano già stravinto le elezioni parlamentari dello scorso dicembre. Tra i loro sostenitori c’erano molti ragazzi attivamente impegnati nella lotta per i diritti degli studenti e dei lavoratori. Nel distretto di el Saff, dove c’è l’agglomerato industriale di mattonaie più grande del Medio Oriente, questi ragazzi sono riusciti a convincere i lavoratori a mettere su un sindacato per fronteggiare i padroni delle fabbriche che li reclutano con i metodi tipici del caporalato. Viene da chiedersi: questi ragazzi sono contro la rivoluzione solo perché hanno votato i Fratelli Musulmani?

Quanto al bacino elettorale di Shafiq, come fa notare ancora al Shayyal su al Jazeera, sembra di trovarsi di fronte a un elettorato “della paura”. Per alcuni settori della popolazione, infatti, l’ascesa del capo politico dei Fratelli Musulmani alla presidenza vorrebbe dire entrare nel peggiore degli incubi. I copti ci vedono l’avvento di politiche e atteggiamenti discriminatori su base religiosa; i ricchi imprenditori che hanno fatto la loro fortuna sotto Mubarak (ma anche tutta la rete clientelare che si è sviluppata ai loro piedi) temono un tracollo definitivo dei loro affari, le famiglie di soldati e poliziotti sono preoccupate da un presidente potenzialmente ostile ai loro figli e mariti. Infine ci sono tutti quegli egiziani spaventati da un arresto totale dell’economia e dall’aumento della disoccupazione che già morde gli egiziani come non mai. I disordini in cui vive il paese da un anno e mezzo a questa parte hanno ridotto di molto il turismo e gli investimenti stranieri. Per le strade del Cairo capita spesso di sentire i tassisti lamentarsi di quei “teppisti” che bloccano un giorno sì e uno no piazza Tahrir, creando violenza e insicurezza e impedendo ai turisti di tornare a spendere nel loro paese. E i mezzi d’informazione sotto l’influenza dello Scaf (il Consiglio supremo delle forze armate che di fatto controlla il Paese) non hanno fatto altro che reiterare in varie salse questo messaggio.

I voti che dividono Shafiq e Mursi sono poche centinaia di migliaia. Molti intellettuali liberali e laici, compreso lo scrittore Alaa al Asswani hanno dato il loro appoggio al candidato dei Fratelli Musulmani, mentre si riempie sempre di più il bacino del boicottaggio. A meno di un miracolo di diplomazia e abilità politica, nessuno dei due vincitori riuscirà a unire un Paese che sembra diviso come non mai, con il popolo di Tahrir che già promette nuove forme di protesta, il parlamento – controllato dai Fratelli Musulmani – in stallo da mesi e lo Scaf, oggi (e forse anche domani), unico detentore del potere.

Foto: euronews.com

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