CINA E SVILUPPO. Ricerca a Prato è made in Cina?

Testo: Ernesto Pagano

Tommaso Bonavenura, Beijing, Marzo 2008

Italia fanalino di coda in ricerca e sviluppo? Tranquilli, ci aiuta la Cina. Lo scorso novembre a Firenze, tra flash di fotografi e telecamere, il presidente della regione Enrico Rossi e il viceministro cinese della Scienza e della Tecnologia, Cao Janlin, firmavano sorridenti un accordo per la creazione a Prato di un centro di ricerca comune italo-cinese. Obiettivo: lo sviluppo di nuovi materiali (tessili), di prodotti e processi con ridotto impatto ambientale “che garantiscano risparmio energetico, sicurezza dei prodotti e libera circolazione delle merci”.


Una nuova epoca di cooperazione è iniziata, con Pechino che fa la parte del leone, col portafoglio pieno e i cervelli (tutt’altro che in fuga) carichi di idee. Wenzhou – Prato: la strada dei primi migranti che all’inizio degli anni ’90 arrivarono nel capoluogo toscano ad aprire i primi laboratori di confezione d’abiti viene ripercorsa, a distanza di 20 anni, con prospettive “ribaltate”: la Wenzhou Garment Development Co. arriva in Toscana per cooperare allo sviluppo di nuove tecnologie e cercare nuovi mercati. A sostenerla una Cina tutta proiettata verso l’innovazione. Basti pensare che nel 2011, tra settore pubblico e privato, Pechino ha investito oltre 150 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, una cifra che la rende seconda solo agli Stati Uniti.

Emiliano Mancuso, Prato, 2005

Il centro di ricerca italo-cinese di Prato per ora è solo un progetto sulla carta, ma è già il prisma attraverso cui scomporre alcuni falsi miti, primo fra tutti, quello che vorrebbe la Cina come un grande inquinatore mondiale insensibile al tema della sostenibilità ambientale. “La Cina risulta uno dei paesi al mondo con la maggiore propensione alla ricerca e lo sviluppo di tecnologie verdi”, dice entusiasta Vinicio Biagi, dirigente progetti speciali presso la regione Toscana. E in effetti i numeri parlano chiaro. Nello scorso piano quinquennale (2006 – 2010), il governo cinese si è posto l’obiettivo di ridurre del 20 per cento entro il 2020 le emissioni di gas serra. Nel 2009, in piena crisi economica globale, il governo ha più che raddoppiato i fondi per rafforzare le sue industrie chiave (tra cui quella tessile), passando da 420 a 925 mila miliardi di yuan, uguali a circa 63 miliardi di dollari. Di questi, circa un sesto sono stati stanziati per innovazione, riduzione di gas serra, risparmio energetico e salvaguardia ambientale, come si legge nell’ultimo science report dell’Unesco. “Il tema della sostenibilità ambientale è molto interessante, anche dal punto di vista economico – continua Biagi – perché l’idea è quella di un centro che parta dalla ricerca sul tessile, ma sia proiettato a diversificare le attività economiche a livello locale e a dare nuove prospettive di sviluppo a quest’area della Toscana”. Prospettive che però hanno creato qualche preoccupazione. Riccardo Marini presiede l’Unione degli Industriali Pratesi e non vuole che i cinesi “facciano propria” una delle attività di produzione per cui Prato è famosa: il cardato rigenerato. “È una tecnica di lavorazione dei tessuti usati che i pratesi si trasmettono da generazioni”, spiega Marini. “Imitarla è impossibile – assicura l’imprenditore – perché non è assimilabile in maniera scolastica, e la differenza la senti sotto le mani”. Gli industriali pratesi guardano agli imprenditori cinesi con un misto di rabbia e ammirazione. L’attività frenetica dei laboratori cinesi ha trasformato Prato in uno dei centri propulsori dell’export dell’abbigliamento made in Italy. Il loro punto forte? “Glielo spiego in due parole – risponde Marini – costo della manodopera: se lei paga i contributi, le ferie e le malattie ai suoi dipendenti, non può permettersi di vendere un vestitino a 3 euro. La prova? Soltanto un cinese, in tutta Italia, è iscritto a Confindustria”. Il motivo, secondo Marini, è che la confederazione degli industriali ha degli standard in materia di diritto del lavoro a cui gli imprenditori cinesi faticano ad adattarsi. “Dico che non c’è integrazione economica tra noi e loro”, è la sintesi di Marini. Tutta colpa dei cinesi? Sembra proprio di no. “Gli imprenditori cinesi si sentono vessati: in alcuni casi giudicano incomprensibili i motivi per cui vengono fatti alcuni sequestri delle loro merci”, spiega Vinicio Biagi. E tra aumenti dei controlli e crisi finanziaria, c’è chi a Prato pensa di fare il viaggio a ritroso verso il Sol Levante, dove l’economia continua a crescere con percentuali di Pil a due cifre. Ma forse la creazione del centro di ricerca sino-pratese potrebbe creare quell’integrazione che secondo Marini non c’è. In cantiere c’è infatti un centro di certificazione comune dei prodotti tessili che potrebbe spalancare ai, talvolta frustrati, imprenditori tessili italiani, le porte, finora socchiuse, del mercato cinese.

CINA E SVILUPPO. Ricerca a Prato è made in Cina?
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest