Meno armi più politica.

Mentre il governo italiano spreca soldi pubblici per i cacciabombardieri, l’Ue si conferma al primo posto delle esportazioni nei Paesi in via di sviluppo.

Di Pamela Cioni

«Sprechi di soldi pubblici e incoerenza delle politiche italiane ed europee», dice Fabio Laurenzi presidente Cospe. «Sono queste le considerazioni di fronte alle notizie relative alle spese militari italiane e la produzione e l’esportazione di armi europee». Le risorse destinate al sociale, alla sanità, alla ricerca, vengono tagliate, quelle per la cooperazione internazionale dimezzate e dirottate (è recente la notizia che l’8 x 1000 che lo Stato destinava ai progetti di cooperazione quest’anno andrà all’emergenza carceraria, ndr) per coprire falle ed emergenze. E intanto, tornano alla ribalta le spese militari del nostro Paese che si pretende impegnato in missioni di pace – come in Afghanistan dove il 90 per cento delle risorse destinate dall’Italia vanno a coprire lo stanziamento dei militari e solo un 10 per cento in progetti di sviluppo e ricostruzione.
Sembra infatti in dirittura d’arrivo la decisione da parte dell’Italia di ratificare l’acquisto di 131 cacciabombardieri nell’ambito del programma Usa “Joint strike fighter” che ci vede protagonisti insieme ad altri otto Paesi europei di un faraonico progetto aeronautico.
Costo dell’intera operazione, circa 15 miliardi di euro entro il 2026. «Ma non sono solo le cifre che indignano», continua Laurenzi, «in un momento di crisi e di rischio bancarotta per il nostro Paese e per l’Europa intera, ma anche la destinazione di queste risorse che ostinatamente di governo in governo (i primi accordi sono stati stretti nel 2007) continuano ad essere spese in armamenti la cui compravendita sembra l’unica vera strategia di politica internazionale italiana». E non sembrano sufficienti né le scuse di penali da pagare (la Rete del disarmo ha provato che non è affatto vero e che già altri Paesi come Gran Bretagna, Olanda e Danimarca si sono tirati indietro) né con i posti di lavoro che la partecipazione al progetto creerebbe in Italia (le maggiori aziende coinvolte sono la Piaggio e la Alenia). Con lo stesso giro d’affari, per esempio, si impiegherebbero 10mila persone nelle energie rinnovabili. «A questo ennesimo utilizzo dissennato delle risorse statali», aggiunge Laurenzi, «in una presunta operazione di difesa si aggiunge lo scandalo delle esportazioni di armi dell’Italia e dell’unione europea». Come riporta in un comunicato la Rete disarmo, il valore delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 31,7 miliardi di euro nel 2010. Di questi almeno 15,5 miliardi sono stati indirizzati verso Paesi dalle economie emergenti e in via di sviluppo. In particolare sono state autorizzate esportazioni verso il Medio oriente e il Nord Africa per circa 8 miliardi di euro. «Questo vuol dire», continua, «che i regimi repressivi che oggi tutti gli Stati europei si affrettano a condannare sono stati ampiamente foraggiati dall’Ue che diventa di fatto il primo esportatore mondiale di armi. E le armi che ancora uccidono i civili in Siria, Egitto,Yemen provengono dalle nostre democrazie». E l’Italia continua sciaguratamente a far parte a pieno titolo di questa compagnia con un valore di esportazioni che secondo la stessa presidenza del Consiglio è di circa 2,754 milioni annui. «Ancora una volta a regolare i rapporti economici e politici tra sud e nord del mondo», conclude il presidente Cospe, «è l’ambiguità e l’incoerenza delle politiche italiane ed europee che ammantano l’industria militare di retorica democratica. Occorre dunque mantenere forte la pressione sul governo e unire le voci delle diverse anime della società civile».

 

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