POLITICHE AGRICOLE – I vecchi vizi della PAC

La bozza di riforma non taglia col passato

“Niente di nuovo sotto il sole”. Andrea Ferrante, il presidente dell’Aiab, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, ne . convinto: l’attesa proposta di riforma della Politica Agricola Comune non cambia di molto le cose. Il testo, presentato lo scorso 12 ottobre dal Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale Dacian Ciolos “rimane abbastanza uguale a se stesso”.

La nuova Pac, che dovrà essere adottata dall’ Unione Europea per il periodo 2014 – 2020, “si sostiene ancora su un’agricoltura basata sul petrolio”, osserva Ferrante. In più “non è stata presa una posizione ben definita sulla regolamentazione dei mercati, mentre è stato alzato il co-finanziamento da parte delle Regioni nei progetti di sviluppo rurale dal 30% al 50%”. Questo vorrà dire che “se alle Regioni non converrà più investire in questo ambito il primo a risentirne sarà il biologico”, lamenta il presidente di Aiab.

Anche per Paolo De Castro, presidente della Commissione europea per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, la proposta presenta diversi punti deboli: “Non tiene conto degli strumenti di gestione contro la volatilità dei prezzi e non sembra essere molto flessibile verso le differenze dei paesi a cui verrà applicata”. Nessuna novità positiva dunque? “Oltre a uno storico riconoscimento degli agricoltori attivi e dei piccoli e medi produttori finora invisibili – dice Ferrante – ci sono il tetto agli aiuti e il greening, con cui le aziende per ricevere fondi diretti saranno costrette ad adottare vincoli ambientali”. Ma sono proprio questi due punti ad aver incontrato dure critiche da parte di chi teme di perdere terreno nella corsa alla produttività. Timore che trova riscontro nelle parole di De Castro: “Greening sì, ma non a tutti i costi”, dice il presidente. “Non vogliamo che questo si trasformi in nuove spese e intralci burocratici per le nostre aziende”.

Ferrante e De Castro, distanti sul terreno ambientale, sono invece d’accordo nel minimizzare la perdita del 6% degli aiuti all’Italia: “Non mi sembra grave – dice De Castro – se in 7 anni il nostro paese ha perso 255 milioni su 4 miliardi di manovra. Dobbiamo concentrarci sull’utilizzo dei fondi e sulla qualità della proposta, perché possiamo ancora lavorare per migliorarla”. Dal canto suo Ferrante la considera “una ridistribuzione dei fondi ai paesi europei che si sono aggiunti nella riforma (da 15 a 27 ndr) e questo . un bene per la salute dell’agricoltura europea”.

Tra i suoi dieci punti, questa riforma non dice niente sui controlli dei mercati, sull’impatto della Pac sui paesi dei Sud del mondo, né tanto meno sulle coerenze delle politiche allo sviluppo, tanto da far insorgere Olivier Consolo, il direttore di Concord, la Confederazione europea delle ong di sviluppo. E mentre De Castro liquida la questione ritenendo che non sia la Pac lo strumento più idoneo a rispondere ai problemi di paesi extraeuropei, Ferrante concorda con Consolo e trova debole la posizione dell’UE soprattutto nel monitoraggio dei mercati, ma aggiunge che “lo scenario globale è cambiato e il sostegno alle esportazioni previsto non supera i due miliardi. Non sono gli stati a fare dumping, ma gli istituti finanziari che comprano e vendono le commodities, i beni alimentari, causando la volatilità dei prezzi”.

Da Babel di Ottobre 2011

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