LE RAGIONI DI UN MONDO SOTTO SOPRA

Il mondo arabo è sottosopra.

Nello stato attuale delle cose, questa è l’unica certezza che possiamo avere. Come e perché tutto ciò che succede sia possibile? Quanto sia spontaneo e quanto sia fomentato da piani di riorganizzazione degli equilibri internazionali…? A queste domande nessuno può veramente rispondere. Tutte domande che ci poniamo sopratutto noi che stiamo a guardare. Per chi sta in mezzo, in realtà, l’unico vero dubbio è: come andrà a finire. E quello è ancora tutto da definire. I popoli del mondo arabo, giovani in prima fila, hanno deciso di muoversi.

Hanno deciso di scuotere il giogo dell’oppressione. L’impressione più condivisa era che le cose non potevano andare avanti così. I giovani si consideravano morti viventi. Non hanno più paura, perché un morto non può aver paura della morte. Era proprio questo lo slogan dei giovani cabili in protesta, in Algeria, già nel lontano 2001: “ non potete ucciderci, siamo già morti!”. Con modalità e intensità diverse, le rivolte oggi toccano ben 11 paesi diversi: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania, Siria, Iraq, Iran, Bahrein, Yemen. Ma la situazione non è stabile nemmeno negli altri paesi. I movimenti che stanno dietro sono molto spesso spontanei e policentrici. Sembrano qualche volta addirittura acefali. Non c’è un piano rivoluzionario ben preciso, un progetto di società… C’è solo e sempre la chiara volontà di uscire dalla povertà e dalla dittatura. Pane e libertà sono le rivendicazioni più diffuse. Le versioni più diffuse fanno risalire l’inizio delle rivolte al sacrificio di Mohammed Bouazizi, il giovane fruttivendolo-laureato che si è dato fuoco a Sidi Bouzid, in Tunisia. In realtà le prove generali di ribellione sono in corso da anni in tutta la regione. E questa volta per dirla tutta, la primissima scintilla è partita dalla città di El Aioune, Sahara Occidentale. Le popolazioni sahrawi, sotto occupazione marocchina da 30 anni, stufe di discriminazioni, repressione, terrore di stato, sono uscite in mezzo al deserto e hanno improvvisato un accampamento in mezzo al nulla. Dopo pochi giorni di tensione, il campo è stato sgomberato in un bagno di sangue. Dopo questa protesta, lo scenario si è ripetuto all’infinito, in centinaia di città arabe e non: protesta pacifica, repressione violenta. Ma la cappa di paura si è spezzata. Queste rivoluzioni sono innanzitutto culturali. Da qualche parte nella testa della gente, un tabù è caduto: i regimi non solo possono essere criticati ma possono essere rimossi, devono andarsene: “Dégage”.
Con il tempo, forse, si riuscirà a capire le cause, gli effetti, le dinamiche interne ed esterne scatenate da queste rivolte. Per ora regna una grande confusione. La guerra libica e la chiara volontà delle potenze occidentali di assicurarsi il controllo del dopo-rivolte, ha intaccato seriamente l’apparente purezza iniziale di questi movimenti. Le polemiche sono accese tra pro e contro le rivolte e tra pro e contro intervento occidentale. E come succede spesso in questi casi, la passione prende il sopravvento sulla riflessione.
Invece la riflessione è proprio ciò che ci vuole in questo caso. Una riflessione pacata, profonda… con l’aiuto di persone in grado di portare informazioni, analisi, argomenti, punti di vista e opinioni diverse. Questo è lo spirito che anima questo numero di Babel. Buona lettura.

di Karim Metref  (Scrittore, giornalista e blogger algerino.  Vive a Torino dal 1998. )

Da Babel 1/2011

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