Tahrir due mesi dopo. Facce nuove per vecchie paure

Testo: Pamela Cioni

Lungo il viale che porta fuori dall’aeroporto del Cairo si vedono dei tubi di metallo che formano cornici sbreccate e vuote. Non capisci cosa siano se non un monumento alla bruttezza. Poi ti ricordi. Prima c’era l’immagine sorridente di zio Hosni, come dicono qui. E’ questo che ti colpisce tornando in Egitto a qualche mese di distanza dalla Rivoluzione. Mubarak era ovunque. Adesso è sparito. Cancellarlo simbolicamente, oltre che politicamente, sembra il primo passo per ricostruire questa città e questo Paese. L’euforia per le strade, tra le persone è ancora tanta: “Ce l’abbiamo fatta!” ti dicono in molti con fierezza: dal quartiere periferico di El Saff, dove incontriamo i locali Comitati di Difesa della Rivoluzione, ai ragazzi della Cairo bene e agli artisti di Downtown, tutti si sentono protagonisti della Storia e per provartelo dicono: “Io sono stato in piazza Tahrir”. Che tu ci sia stato per un giorno o tutto il tempo non fa differenza. In piazza si sono avvicendate più di 2 milioni di persone ed è stata questa la vera forza del pur disorganizzato movimento egiziano. Soprattutto perché, a vederla adesso, piazza Tahrir non appare così grande. L’aiuola centrale, ormai presidiata dall’esercito che non si capisce se tema la rioccupazione o un danno al verde pubblico, sembra piccola per le tende che vi erano state piazzate e le ringhiere dei marciapiedi che ne formano il perimetro la rendono più stretta di come sembrasse dai grandangolari degli inviati tv. “Ci sono stati molti momenti di paura, specialmente la famosa notte dell’attacco dei cavalli e dei cammelli da parte dei baltageya (delinquenti comuni ndr) assoldati dai pro-Mubarak”, dice Asmaa Ali, una delle blogger attive sul gruppo Facebook “We are all Khaled Said” da prima del 25 gennaio e che per 15 giorni ha vissuto nella tendopoli della piazza. “Ma non abbiamo mai abbandonato le postazioni – aggiunge – perché sapevamo che era l’unico modo per vincere. Resistere. Piuttosto morire, ma non scappare”. 

Asmaa ha resistito e ha vinto, e con lei l’Egitto. Adesso però i tanti giovani e i Comitati della Rivoluzione si trovano di fronte a una sfida ancora più grande di quei 18 lunghi giorni: gestire la quotidianità post rivoluzionaria e non perdere il controllo del processo di democratizzazione affidato, loro sponte, nelle mani dell’Esercito e alla Giunta militare guidata da Essam Sharaf. “l’Esercito in Egitto è sempre stato dalla parte del popolo. Durante la Rivoluzione si è schierato e ci ha sostenuto – dice Ahmed responsabile media del comitato di El Saff”.

“Ora che è al potere, l’esercito si comporta come il vecchio regime. Sta tradendo il nostro mandato”, dice invece Asmaa. E sono già in molti a temere di vedersi scippare la Rivoluzione da un altro potere assoluto. Da quando il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha assunto il comando del Paese, infatti, si contano diversi morti negli scontri di piazza, arresti e torture in caso di manifestazioni e anche l’arresto e la condanna di Maikel Nabil Sanad un blogger che aveva messo in discussione l’operato dei militari. Si tratta del primo detenuto politico del dopo Mubarak. E si teme che non sarà l’ultimo. Sembra allora che neppure la Rivoluzione sia riuscita a cancellare l’autoritarismo di Stato, ma l’antagonista adesso è ambiguo e difficile da attaccare proprio perché legittimato dai rivoluzionari. Su questo la popolazione e i membri dei comitati sono pericolosamente divisi e solo i più ottimisti credono che sia ancora la piazza ad avere il potere.

“L’esercito non manteneva le sue promesse, abbiamo manifestato e loro hanno arrestato Mubarak. Comandiamo noi”, commenta infervorato Mohammed, giovane, informatico e rivoluzionario, mentre fuma la shisha in un bar del centro all’indomani dell’arresto del vecchio leader nella sua villa di Sharm El Sheik e del suo trasferimento al carcere di Tora (il 13 aprile scorso). In ogni caso il livello di guardia è alto e la tensione pure, anche perché il tempo per arrivare alle prime elezioni democratiche di settembre è poco: nemmeno sei mesi per ri-costruire un Paese senza nessuna base democratica e senza una società civile organizzata. Adesso i rivoluzionari si sentono tutta la responsabilità addosso. “Abbiamo creato un sogno, adesso non dobbiamo deluderlo: è tempo di costruire”, dice Waleed dei Comitati di difesa di El Saff. E infatti i gruppi e i Comitati di tutto l’Egitto si stanno organizzando attraverso un comitato centrale che pubblica riviste e manifesti, indìce riunioni e promuove dibattiti sulle tv pubbliche e satellitari. Le parole d’ordine sono “lotta alla corruzione, giustizia sociale per tutti gli egiziani al di là del credo religioso, controllo sulle istituzioni. Watchdog, cane da guardia, è la parola che più ricorre nei documenti e negli slogan. Il rischio di perdere il controllo è però tangibile. Inutile negarlo. Ci sono altri indizi, tanti simboli che raccontano di una Rivoluzione a rischio. Accanto ai manifesti del “25 gennaio” e alle bandiere egiziane che sventolano ovunque, si iniziano a vedere comparire cartelloni raffiguranti alte cariche dell’esercito e i manifesti che commemorano i martiri sono targati Vodafone. E allora tornando verso l’aeroporto viene da chiedersi cosa e chi riempirà gli spazi vuoti lasciati dai cartelloni di Mubarak e se davvero tutto è cambiato perché niente cambi. L’autista del taxi, di fronte a questi dubbi, inspira profondamente e guarda fuori i buchi lasciati dai cartelli rimossi come a dire: “Aria di libertà”. Poi aggiunge: “Non so cosa succederà e credo che ci voglia tempo per i veri cambiamenti. Intanto sono cambiato io!”.

Ed è questa la rivoluzione più grande per molti egiziani. La sensazione, interiore, di essere più forti, capaci di decidere, di cambiare il proprio futuro e il panorama da guardare.

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