Il Rais e il nemico ritrovato

 Intervista di Ernesto Pagano

Forse solo Gheddafi poteva chiamare un archivio “Centro per il jihad libico contro l’aggressione italiana”. Ma a dispetto del nome roboante, quando nel 2008 – a trent’anni dalla sua fondazione – l’archivista e storica Francesca Di Pasquale si è trasferita a Tripoli per mettere ordine in quel tesoro di memorie coloniali, si è trovata di fronte a cataste di documenti e materiali audio stipati alla rinfusa nel castello della capitale. Anche il nome era cambiato in un più pacifico “Centro nazionale per gli studi storici”, forse in sintonia con la rinnovata – e apparentemente duratura – amicizia tra il colonnello e Berlusconi.

Un’amicizia ben vista dal popolo libico?

Quando sono stati fatti gli accordi di amicizia italo-libici, Gheddafi non ha ottenuto quello che sperava: e cioè dimostrare al popolo che il vecchio aggressore coloniale si era piegato e gli aveva baciato la mano, in maniera metaforica e reale. Anzi, quello che si diceva in giro era: “Se sono tanto amici ci sarà un motivo”. Il malessere nei confronti del colonnello era già ai massimi livelli e di conseguenza il rapporto tra i due era visto con sospetto. Ma i libici sanno distinguere tra Berlusconi e il popolo italiano.

Quando invece l’Italia è entrata nel club dei “cattivi” il raìs avrà dovuto di nuovo rimaneggiare la narrazione storica…

La storia nazionale in chiave anticoloniale è stato uno degli elementi fondanti della propaganda di Gheddafi. Sin dalla vigilia della partecipazione del nostro paese alla coalizione internazionale, Gheddafi ha ripreso a parlare di jihad contro gli italiani e ha rievocato l’eroe della resistenza libica Omar al Mukhtar. Tuttavia anche gli insorti hanno parlato di jihad, questa volta contro Gheddafi. E i discendenti della tribù di al Mukhtar si sono schierati dalla loro parte.

Non è paradossale aver lavorato da italiana in un archivio di memorie coloniali utilizzabili ad hoc da un dittatore alla ricerca di consenso?

Usare la storia in maniera strumentale è odioso. Ma è un dovere da parte nostra occuparci anche del nostro passato e delle stragi che abbiamo compiuto. Feci la mia tesi di laurea sui deportati libici a Ustica durante il periodo coloniale. I miei studi erano inseriti in un programma di ricerca paritetico italo-libico nato nel 1998. Il progetto era diretto dal nostro Ministero degli Esteri, e anche da parte italiana non sono mancati i limiti.

Ad esempio?

Ad esempio il governo italiano si è sempre rifiutato di parlare di deportati libici: ha preferito chiamarli esiliati. E le parole hanno un peso. La Sicilia, così come altre regioni d’Italia, era piena di libici reclusi in numerose colonie penali. Spesso durante il Ventennio si sono trovati a dividere la cella con gli antifascisti. E da lì quasi nessuno è più tornato vivo.

Qual era il Suo ruolo nell’archivio?

Mi sono occupata di formare archivisti locali. Ho cercato di trasmettere loro la consapevolezza di quanto sia importante la tutela della memoria storica. All’inizio mi sono trovata di fronte a persone che fumavano sigarette sopra i documenti. Alla mia partenza, quelle stesse persone hanno difeso anima e corpo la memoria del loro paese. C’era tantissimo lavoro ancora da fare, ma sono stata costretta a lasciare Tripoli insieme agli altri italiani quando la situazione nel paese è diventata critica.

Quanto era forte il malcontento della popolazione prima della sua partenza?

Negli ultimissimi giorni prima di partire, ho notato che c’era molto scoramento tra i cittadini di Tripoli, perché pensavano che Gheddafi fosse invincibile. Si dicevano: “Se negli altri paesi arabi ce l’hanno fatta, noi non ci riusciremo mai, perché il nostro dittatore non si farà alcuno scrupolo ad ammazzarci”. Quelle stesse persone però sono scese in piazza il giorno dopo.

Il Rais e il nemico ritrovato
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest